Tanatologia

Sconfiggere la morte

soffione

Ibernazione per risorgere

Siamo disposti a credere che tutte le malattie che affliggono la mente e il corpo saranno curabili nel contesto della nostra illimitata longevità?   Zero K. Don Delillo

Al link in alto si può leggere la vicenda di una donna sottoposta al trattamento dell’ibernazione perché le sia riservata, in un non meglio precisato futuro, un’altra possibilità di vita, parole di una delle due figlie. A parte la spiacevole e accesa discussione tra le sorelle  – una delle due voleva cremare la madre – che lascia qualche dubbio sul fatto che si sia trattato di una volontà espressa dalla donna, a noi in prima battuta arriva forte e chiara la notizia in sé e il modo in cui è declinata: il giornale da cui è stato tratto l’articolo, titola “Ibernazione per risorgere”. Risorgere, ovvero tornare alla vita dopo la morte. Per cultura, il nostro pensiero corre immediatamente al Cristo: siamo come Dio, possiamo rinascere anche noi, oppure, possiamo sfidare Dio e diventare più abili di lui. Personalmente non posso però fare a meno di chiedermi “perché”.

Perché voler tornare a vivere dopo la morte? Al di là del senso di sfida o di identificazione con la divinità, con quale pretesa, speranza, illusione, decidiamo di immergerci in una vasca di azoto liquido facendoci privare del nostro sangue, a testa in giù? Secondo alcuni studi, pare che siano quasi 400 le persone che hanno deciso di sottoporsi a tale trattamento e sembra anche che non esistano al momento mezzi per risvegliarle. Non so esattamente se nel frattempo abbiano trovato il modo anche di fare questo ma rimane comunque il fatto che si tratta di un salto nel buio, esattamente come un salto nel buio è il morire. A parità di incognita, diventa allora quantomeno curioso capire perché si preferisca rischiare ibernandoci piuttosto che morire.  Forse spaventa la morte come ultimo e non ripetibile atto dell’esistenza laddove l’ibernazione potrebbe consentire invece la reiterazione di questo atto, due, tre o tutte le volte che vogliamo. Sempre che ci si svegli e che lo si faccia adeguatamente, mantenendo intatte tutte le facoltà con le quali abbiamo intrapreso questo viaggio.

Al di là quindi di congetture e di ipotesi che potremmo moltiplicare, di scenari sociali, tecnologici, politici, etici che potremmo prospettare, al di là della piacevolezza e soddisfazione che può scaturire dall’esperimento mentale, la questione vera riguarda di fatto il tipo di relazione che abbiamo con la morte. Dovremmo oggi prenderci cura dello spesso insano rapporto che abbiamo con essa, dovremmo occuparci e preoccuparci del nostro volgere continuamente lo sguardo dall’altra parte quando si parla del morire, dovremmo forse coltivare maggiormente il rapporto con il mondo che ci circonda piuttosto che attraversarlo frettolosamente.

Ci angustiamo per la nostra fine ultima senza renderci conto che “finiamo” cioè terminiamo in qualche maniera il nostro vivere ogniqualvolta abdichiamo al nostro esistere quotidiano, quando rimandiamo occasioni o sprechiamo tempo prezioso.

Vogliamo vivere di più e meglio ma la domanda è: vivere di più per dare a questo “di più” quale senso esattamente? Vivere meglio, ovvero presumo senza patologie invalidanti, per fare esattamente cosa della nostra vita?

Possiamo iniziare a darci le risposte già da oggi ed il loro contenuto può fornirci una buona base di partenza per comprendere, senza prenderci in giro, se svegliatici da una criogenizzazione, la nostra vita potrebbe essere anche piena e degna oltre che più duratura.

 

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