Professionismo

Il professionista e il pensiero divergente

catene

Pensavo stamattina ad un paradosso che più o meno ci tocca tutti ed è quello che riguarda l’esigenza di avere da una parte appigli, corrimano, scialuppe, ancore, griglie che possano sostenerci e renderci più sicuri nelle azioni che intraprendiamo negli ambiti più diversi e dall’altra il desiderio di sentirci invece svincolati da maglie troppo strette, liberi di infrangere regole, convenzioni e imposizioni. Questa lotta si accende più o meno consapevolmente ogni giorno e viene spesso tacitata senza troppo approfondire, senza dare inizio a quel viaggio di scoperta che potrebbe far traballare certezze che riteniamo salde e stabili. Capita poi che esistano individui – la storia del mondo ne è piena – che non hanno timore a staccare la mano dall’appiglio certo e quando la notizia di ciò in cui si sono avventurati arriva fino a noi, non tardiamo ad infervorarci lodandone il coraggio. La letteratura ma anche i mezzi mediatici ci propongono numerosi esempi di chi incarna il punto di rottura con l’acquiescenza, con il consenso prono, con il canone imposto. Mi riferisco a tutti coloro che letteralmente “annusano”, intuiscono, intravedono una possibilità non ancora esplorata e la interrogano, cercando di metterla a fuoco, mettendone alla prova la bontà e l’utilità dei fondamenti, chiedendosi se il prodotto che hanno tra le mani ha ancora senso rispetto al momento in cui è nato. Coloro che giocano con le regole del gioco ma non hanno timore di rimetterle – tutte o in parte – in discussione perché avvertono come deleteria la paralisi in cui scivola il “pensare automatico”.  Sono quelle persone che ammiriamo, quelle che vorremmo essere, i pionieri che hanno osato sfidare l’ovvio e nel fare questo hanno aperto possibilità altrimenti inattuabili. Spesso ripetiamo le loro parole, le utilizziamo per fondare una scuola abbracciando quella ricchezza e freschezza sulle quali il pensiero ha azzardato nuove strade.  Accade però talvolta – e qui sta il paradosso – che coloro che ci hanno mostrato la via per uscire dalle insidie del pensiero unico diventino le nostre icone, i nostri maestri, le nostre guide e finiscano per diventare vere e proprie autorità che non vogliamo rimettere in discussione e che non vogliamo che altri rimettano in discussione per non dovere compiere la “fatica” di interrogarci ancora e ammettere che forse, sì, si può anche derogare e si possono aprire nuovi spazi di riflessione. Il che non significa buttare tutto alle ortiche in nome della novità ma semplicemente iniziare a prendere in considerazione un nuovo punto di vista, soprattutto quando quello vecchio inizia a stare un po’ stretto.  Senza rendercene conto finiamo invece con l’incarnare un concetto in un maestro rendendolo nuovamente fisso, erigendolo a canone indiscutibile e trasformandolo in una nuova ancora che pur offrendo un approdo sicuro può trattenerci senza motivo giustificato.

Chi ci ha preceduto ed ha lottato per farsi strada e veder riconosciuta l’originalità di un pensiero divergente diventa così criterio, norma, misura e con questo, dandosi avvio all’esercizio, alla dottrina all’ideologia viene  smarrita la strada del sano dissenso critico e creativo.

Interroghiamoci di tanto in tanto, come professionisti,  sugli insegnamenti che ci guidano e chiediamoci se il mentore che li ha ispirati – e che spesso ha tanto lottato e dissentito -vorrebbe vederli così pedissequamente applicati.

 

 

 

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