Felicità

LETTERA SUL FILOSOFARE di EPICURO (II): L’EUDAIMONIA o BUON DEMONE

infelicità

Ci eravamo lasciati sul termine eudaimonia e da lì riprenderemo. Lo scopo? Non quello di “fare lezione” piuttosto quello di offrire qualche spunto dal quale poi ognuno possa muoversi per le proprie riflessioni (non è forse questo il miglior modo per aprire le porte alla filosofia?).

Ebbene, riferendoci al mondo greco, eudaimonia tradotto letteralmente significa “buon demone” ovvero buona sorte, o meglio ancora ciò che un buon demone può accordarci e, con Aristotele, quello che noi in quanto uomini, possiamo conseguire grazie alle nostre capacità.

Per Epicuro il buon demone è dunque favorito da un saper ben pensare, unico rimedio a opinioni infondate, causa di “mali” evitabili, quali nello specifico:  1) credere che gli dei si occupino di noi; 2) aver paura della morte; 3) temere il dolore; 4) ritenere che il bene/piacere non possa essere raggiunto.

E noi, quando pensiamo alla felicità a cosa pensiamo? E da cosa si origina la nostra felicità e cosa la oscura?

Sant’Agostino, ad esempio, nella Città di Dio, riferendosi ad un testo di Varrone, ci ricorda che esistono 288 opinioni diverse circa la questione del bene e del male e quindi della felicità.

Giardino fiorito di Pietro Rota

Tante, probabilmente neppure tutte, e ciò è già indicativo di quanto il termine non sia univoco.  E se già questo primo passaggio di traduzione ci costringe a fare i conti con un’accezione del termine a noi oggi sconosciuta – il buon demone – dobbiamo ulteriormente compiere uno sforzo per ricordare che l’eudaimonismo, ovvero quella dottrina che pone come centrale la questione della felicità, pur caratterizzando tutta la morale greca, viene articolata e varia in ragione del significato attribuito all’eudaimonia stessa, ora identificata con il piacere, ora con il bene, con il bello, la virtù, etc. L’eudaimonia di Epicuro non sarà quindi quella di un Platone e o di un Seneca. A ciò si aggiunga il  Cristianesimo, che spostando letteralmente la questione su un altro piano ci ricorda che la vera e piena felicità non è possibile in questo mondo ed è raggiungibile solo nell’ultraterreno, andando così a procrastinarne la realizzazione.

A cosa dovrebbe servirci questa precisazione? A focalizzare l’attenzione sul fatto che i concetti, le idee, sono legati al sentire e alla cultura propri di un’epoca e di una collettività e che indagandoli con più accuratezza si può scorgere quale sia la sofferenza che il nostro tempo ci infligge mentre ci aggrappiamo ad ancore di salvezza maldestramente e acriticamente assunte.

Per l’uomo greco, profondamente disincantato e, libero così, da un ingenuo ottimismo, l’esistenza è un dramma che si svolge teso tra i due estremi di bene e male laddove il male non è saldabile mai per intero. L’uomo è fragile e riconoscerlo non lo rende meno degno ma semplicemente  vulnerabile, non invincibile, maggiormente esposto ai colpi della sorte, alla quale può opporsi per quanto gli è possibile.

E’ in un contesto siffatto che nascono i vari concetti di felicità proposti dalla filosofia greca e nel quale va ricondotto anche quello di Epicuro, con il suo invito a ricordare che gli dei non si occupano di noi – un’esortazione ad assumersi le proprie responsabilità? – e che dolore, piacere, infelicità, morte, fanno parte di un processo naturale – ciclo –  al quale partecipiamo in quanto esseri umani. L’uomo greco antico opera all’interno di questa tensione fra opposti cercando di portare a compimento la propria natura durante il corso della vita terrena, consapevole di quel limite, che oggi facciamo fatica a riconoscere e che nella mancata accettazione diventa la causa primaria dell’infelicità.

Oggi, più che mai ci è difficile accettare la caducità dell’esistenza e dei suoi mali, travolti dai ritornelli di un’inverosimile letteratura da assalto, priva di spessore e talvolta ruffiana che crea bestseller stagionali ricordandoci che tutto è possibile ed il limite non esiste.  Riflettendo con Epicuro può farsi invece strada l’idea che sia possibile ciò che il “buon demone” concede e ciò che, con grande sforzo e volontà, riusciamo a costruire anche in circostanze poco favorevoli.

I libri ci parlano e ci aprono prospettive ma è importante non commettere l’errore di guardare il dito che indica la luna anziché la luna. Epicuro ci suggerisce lo strumento per essere felici, il filosofare, la capacità cioè di far piazza pulita dalle incrostazioni che appesantiscono inutilmente i nostri pensieri ed è quello l’ammonimento dal quale ogni singolo individuo può iniziare a sciogliere i nodi che lo riguardano riconciliandosi con concetti ai quali spesso tende a sottrarsi come il senso della misura e l’idea di dolore e infelicità. La consapevolezza che siano ineludibili certamente non fornisce la soluzione ai nostri tormenti – se con soluzione si intende eliminazione – ma la riscoperta e riappacificazione con essi ci può rendere quantomeno consapevoli e indenni da false convinzioni, foriere spesso di tragedie maggiori o semplicemente di amare illusioni.

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