Felicità

LETTERA SULLA FELICITA’? (I)

letteraaMeneceo

Qualcuno avrà a casa o avrà visto in libreria questo libretto dal solenne titolo Lettera sulla felicità.

Il formato è ridotto e le pagine sono poco più di 20 ma è il testo più famoso di Epicuro[1], quello che maggiormente fa presa sul pubblico dei lettori grazie ad un titolo accattivante che non è però quello originale.

Epistola a Meneceo è il vero titolo ma c’è da chiedersi se così avrebbe avuto la stessa fortuna di vendita, se qualcuno si sarebbe preso la briga di leggerlo o anche solo di capire di cosa trattava.

In effetti Epistola a Meneceo non tradisce emozione, non suggerisce alcunché sul contenuto e non solletica la curiosità umana che, pigra, ha bisogno di stimoli e promesse per attivarsi.

Chi legga la lettera in traduzione trova già nell’incipit il riferimento a quanto anticipato nel titolo :

mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità

e da lì, tutto ciò che ne segue, diventa un decalogo di cose che dovrebbero essere fatte o non fatte per essere felici.

Ma il testo di Epicuro si incentra davvero sulla felicità o c’è altro di ugualmente e forse più importante ? E qual è la felicità a cui allude? E’ la stessa a cui ci riferiamo noi ? E noi sappiamo definire la felicità?

Diamo un’occhiata al testo in lingua madre :

Μήτε νέος τις ὢν μελλέτω φιλοσοφεν, μήτε γέρων ὑπάρχων κοπιάτω φιλοσοφν. οὔτε γὰρ ἄωρος οὐδείς ἐστιν οὔτε πάρωρος πρὸς τὸ κατὰ ψυχὴν ὑγιαῖνον. ὁ δὲ λέγων ἢ μήπω τοῦ φιλοσοφεῖν ὑπάρχειν ὥραν ἢ παρεληλυθέναι τὴν ὥραν ὅμοιός ἐστι τῶι λέγοντι πρὸς εὐδαιμονίαν ἢ μὴ παρεῖναι τὴν ὥραν ἢ μηκέτι εἶναι.

che suona più o meno così:

 “da giovani non si  indugi nell’iniziare a filosofare né da vecchi ci si stanchi di filosofare, infatti nessuno è fuori tempo – e quindi troppo giovane o troppo vecchio – per avere cura dell’anima. Colui che dice che non è ancora l’ora per iniziare a filosofare oppure che sia l’ora per abbandonare la filosofia è uguale a chi dice che non è ancora giunta l’ora o non è più l’ora di occuparsi della felicità”.

Già nelle prime righe è chiaro l’intento : non è la felicità il soggetto principale ma il FILOSOFARE. Epicuro invita giovani e meno giovani a dedicarvisi precisando che il suo esercizio è opportuno e necessario a qualsiasi età.

Quella che può apparire una questione di lana caprina – alla fine si parla comunque di felicità, no? –  richiama invece l’attenzione sul concetto principale: non si dà felicità tout court ma solo attraverso l’esercizio della filosofia che è continua rimessa in questione di ciò che ci circonda.

Poco più avanti Epicuro, infatti, in un passo a cui spesso non si presta sufficiente attenzione afferma:

non  i banchetti né le compagnie né il godere dei fanciulli e delle donne, non i pesci e  tutto ciò che offre la tavola più ricca, rendono piacevole la vita, bensì la lucida riflessione sulle cause delle scelte o del loro rifiuto in modo da respingere le opinioni infondate che turbano sommamente la nostra anima. Di tutte queste cose, principio e bene massimo è la capacità di pensare in maniera ponderata/assennata – (phronesis) – .

 Filosofia e phronesis: filosofia e capacità di pensare in maniera ponderata come affrancamento dalle opinioni errate, come capacità di pensare correttamente, in maniera riflessiva, misurata, cauta, in una parola, saggia.

Ecco allora che “pensare bene” aiuta a vedere con più chiarezza il motivo per cui scegliamo qualcosa – o non lo scegliamo – aiutandoci ad allontanare paure irrazionali o costrutti senza fondamento.   

Chi pensi dunque che la lettera a Meneceo possa fornire semplicemente dritte per essere felici, non troverà sollievo:

1) l’Epicuro “farmacista” che somministra rimedi contro l’infelicità è un’immagine che non gli rende giustizia.  Ciò di cui l’uomo necessita per vivere felice non è racchiuso in un elenco che, preso così com’è, senza andare a fondo, è inservibile ma molto più semplicemente nel modo in cui decide di servirsi dei suoi pensieri.

2) La lettera è stata scritta più di 2300 anni fa e la somministrazione di quei “farmaci” – per seguire la metafora medica – aveva uno scopo ben preciso dettato da una contingenza particolare: la caduta della democrazia e la conseguente riflessione alla ricerca di un rimedio per vivere serenamente in un periodo di sconvolgimenti sociali.

Ciò non toglie che sia godibilissima ed un ottimo spunto per filosofare ma senza la pretesa di farle compiere un salto temporale che nella migliore delle ipotesi può lasciarci indifferenti, nella peggiore addirittura infastidirci.

Siamo convinti che la lettera sulla felicità insieme a tanta letteratura che ammicca dagli scaffali nelle librerie, possa fornirci dei consigli validi e preziosi su come orientare la bussola per trovare la propria isola felice? Non è infrequente che qualcuno mi richieda o segnali dei testi, domandandomi se siano utili a superare un periodo di pesantezza, incertezza, difficoltà e se possano fungere da “pillole per l’anima”. La questione va ben compresa: personalmente ritengo che qualsiasi testo – se ne sentiamo la necessità – possa procurare una serie di sensazioni piacevoli e appaganti ma ritengo poi che ogni problematica debba essere sviscerata al di là della soddisfazione che può arrecarci un testo. No, non credo alla biblioterapia come rimedio per i mali dell’anima  1) perché ogni “male” ha la sua specifica origine mentre “una sola pillola per tutti” – un libro in questo caso – pretende di appiattire le modulazioni rischiando di condurre alla banalizzazione: ciò che è per tutti, alla fine non si rivolge esclusivamente a nessuno; 2) così facendo azzardiamo l’idea – propria del paradigma medico –  che ogni sussulto, ogni dissonanza, ogni irregolarità, ogni emozione più forte o ignota e singolare, debba necessariamente essere “guarita” e che per questo esistano prescrizioni infallibili.

E questa è la prima questione.

La seconda, più precisamente, riguarda l’ anacronismo  legato al significato delle parole.

Sappiamo, a questo proposito, cosa intendessero gli antichi greci con “eudaimonia” che traduciamo semplicemente con il termine felicità?

C’è un equivoco di fondo e ne parleremo prossimamente.

[1] Filosofo greco nato a Samo nel 341 circa a.c. Fondò la scuola del Giardino, una delle correnti filosofiche più influenti fino almeno al II sec. d.c. quando fu avversato dai padri della Chiesa.

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