consulenza filosofica, Filosofia e dolore

“Si può parlare della mia malattia?”

Si può parlare di malattia e se ne può parlare in più modi sottraendola al contesto tecnicistico medico che ipostatizzandola la rende cosa-altra rispetto al portatore, dimenticato come individuo ed essere umano pensante e senziente, schiacciato dal peso di questa fagocitante entità. Si può dare voce alla malattia anche quando la voce è muta o le parole tardano ad arrivare, grazie alle immagini e perché no, al fumetto.

“La parentesi” di Elodie Durand è un magistrale esempio di come la punta di una matita possa descrivere in maniera pulita, sintetica, precisa, quegli stati d’animo che talvolta le parole non riescono a rendere con altrettanta forza e incisività. A tutti sarà capitato di “non avere le parole per”, di essere a corto di vocaboli sufficientemente descrittivi e far fatica nel reperire termini adeguati. Ci sono situazioni in cui le parole sono fiacche e stentate, non hanno impeto e colore o semplicemente non riescono ad essere rappresentative di ciò che proviamo. La malattia è uno di quegli stati in cui anche le parole “soffrono”, altalenando tra eccessi e misura, in un incontro con la medicina che troppo spesso si confronta con la patologia ma non con l’uomo e il nuovo portato che si trova a dover affrontare.

Soprattutto all’inizio, le parole mancano e trovarle richiede tempo, tempo in cui illustrare o lasciarsi guidare da un’illustrazione può aiutare a riappropriarsi di un terreno in cui tentare di riavviare successivamente un dialogo con se stessi e gli altri, ricollocando l’esistenza in un nuovo quadro valoriale.

Per chi fosse interessato, quello della Durand non è l’unico esempio; potremmo citarne a decine. Bastino La vita inattesa di Beltrami- Faraci-Ferrari, un’antologia di racconti in cui trova spazio una varietà ampia di patologie, oppure Rughe di Paco Roca in cui viene raccontato l’Alzheimer, o il Grande male di David B dedicato all’epilessia, o ancora Pillole Blu di Frederick Peeters sull’HIV o   Sous L’entonnoir  (“sotto l’imbuto”) di Sibylline e Natacha Sicaud che affronta la sindrome depressiva. E poi esistono anche le fiabe, tenere e delicate come quella realizzata recentemente dall’associazione InfineOnlus ‘Lo scoiattolo Tap e i racconti della nonna’http://www.infine.it/alzheimer-demenze/raccontare-alzheimer-ai-bambini/ – dove la malattia non è un racconto autobiografico o un fumetto dedicato agli adulti ma un testo ben disegnato per spiegare ai bambini i cambiamenti che avvengono nelle persone affette da demenze.

E’ capitato anche a me di non riuscire a trovare le parole appropriate per descrivere la patologia di una persona cara – suonavano riduttive nonostante lo sforzo – e non sapendo disegnare ma essendo appassionata di fotografia, vi sono ricorsa (due immagini potete vederle di supporto al post). Si è trattato di un apripista per successive riflessioni, considerazioni e elaborazioni.

Ma è davvero necessario questo passo ulteriore dall’immagine al ‘logos’ ovvero alla parola? Sì. Quando mancano le parole sfuggono anche i concetti che di esse si nutrono diventando non solo complicata una mappatura delle nostre idee e pensieri ma anche una loro narrabilità e condivisione.

Tornando quindi alla domanda “Posso parlare della mia malattia in consulenza?”. Certo, è necessario parlarne perché fa parte della nostra vita. E come si svilupperà il dialogo intorno alla malattia? Non riguarderà la malattia – il consulente non è un medico – ma la visione che di questa abbiamo e il come situarla rispetto agli altri contesti. Se ne può parlare quando l’ospite senta l’esigenza di meglio esplicitare quell’orizzonte di senso che proprio dalle parole parte e il lavoro si snoderà come una vera e propria esplorazione condotta in tandem in un territorio nuovo e per questo tutto da comprendere. Un presupposto fondamentale: che ci sia la volontà di fare un passo indietro rispetto alla visione di una malattia totalizzante che depaupera l’esistenza, riconoscendola invece come qualcosa che c’è, esiste, ma in quanto accidente e non il contrario – spesso, viceversa, è l’individuo a percepirsi come un fatto accidentale rispetto alla malattia -.

E’ opportuno quindi darsi tempo, anche quello vuoto di parole, per riconquistarne un uso appropriato e significativo da portare poi nel dialogo.

Ben vengano allora anche le illustrazioni e i fumetti a tendere una mano per consentirci una successiva apertura verso l’esterno in cui non tarderà ad arrivare anche l’uso delle parole e del confronto che esse ci consentono.

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