Filosofia e cura di sè

Filosofia: un invito a prendersi cura dei propri pensieri

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La filosofia può curare? In fondo è una vecchia domanda, ma adesso, e particolarmente qui da noi, in Italia, sta tornando a farsi sentire con una singolare insistenza

Inizia così il libro di P.A. Rovatti La filosofia può curare? – sottotitolo La consulenza filosofica in questione – e quel “ma adesso, e particolarmente qui da noi” è del 2006, anno in cui il libro è stato pubblicato. Rovatti qualche riga più avanti spiega in quale senso vada inteso il termine cura sottolineando l’estraneità a quell’ambito medico ed insieme tecnico che cerca il rimedio per uno stato patologico.

La domanda, dal 2006, di tanto in tanto salta fuori creando scompiglio e aprendo vecchie diatribe che si giocano sull’analisi etimologica dei termini. Le parole sono portatrici di più accezioni ed ogni epoca eleggendone una come principale lascia le altre se non proprio nell’oblio, quantomeno in retroguardia. ‘Pharmakon’, ad esempio, non solo corrisponde al termine veleno ma la radice comune a pharma =  ‘colpo’ ci rimanda direttamente al suo significato di capro espiatorio (è il colpo subito dalla vittima per allontanare il colpo del demone), lontano dalla nostra cultura e dal nostro modo di intendere il termine.

Cura non fa eccezione. In latino significa principalmente sollecitudine, preoccupazione, interesse nei confronti di qualcuno e poi, in seconda battuta, trattamento medico, ‘cura morbi’. Il dizionario ci suggerisce anche un altro significato che a parer mio perfettamente si attaglia rispetto a ciò che è la filosofia e cioè curiosità e quindi indagine.

La domanda “la filosofia è una cura?” va quindi letta nella giusta luce e la risposta è: no, non è cura in senso medico nonostante sia circolata e ancora circoli letteratura che gioca su questo binomio originando curiosità e aspettative.

E in consulenza la filosofia si prende cura dell’uomo? No, non direttamente; ed anche qui bisogna intendersi bene sui termini prima di trasalire immaginando una filosofia noncurante, insensibile, indifferente e quindi distante e formale. Dobbiamo infatti ricordare la specificità e la ricchezza del suo sguardo attento e sollecito sicuramente differente rispetto ad altre tipologie di pensiero.

Il filosofo in consulenza non “si prende cura di qualcuno”, non “si fa carico” del suo ospite – il “farsi carico” è proprio di altre professioni: medico, assistente sociale, per esempio – non accudisce e non crea un legame di dipendenza in cui il rapporto sia sbilanciato tra chi “sa” e chi “non sa” ma al contrario si interessa ai pensieri che l’uomo pensa a quel senso che dà o non riesce più a dare alla sua esistenza bloccata da dubbi e stagnante in vicoli ciechi. Quell’ uomo che vedendo e avvertendo le proprie fragilità ha lasciato che queste, insieme a dilemmi, questioni morali e nodi esistenziali venissero assorbiti da una cultura che tassonomicamente li riporta all’interno di un quadro preciso e individuato, rispetto al quale, chi sia divergente debba esservi ricondotto in nome di una normalizzazione che è insieme livellamento e massificazione. Che la medicina della ‘classificazione’ sia portatrice di pericoli lo sostiene per esempio, Benasayag  – filosofo e psicanalista – nel testo L’epoca delle passioni tristi dove peraltro segnala una ‘tristezza diffusa’ che dubita sia di competenza dell’ambito psicologico.

La filosofia, dunque, rifugge l’appiattimento restituendo dignità al pensiero che pensa fuori dal coro, riconosce all’uomo la capacità, la libertà del suo pensare e lo invita a servirsene senza timore.

Pensare è prerogativa di tutti e anche pensare bene può esserlo, a patto che ci si decida a sbloccare quella paralisi nella quale ci costringiamo per pigrizia.

Imparare a sostare nei pensieri per il tempo necessario a coglierli per ciò che ci suggeriscono anziché volersene liberare velocemente è un’incombenza che l’uomo non è  disposto tanto facilmente a prendersi, invischiato com’è, nelle maglie dell’efficienza e della produttività a tutti i costi nonché della falsa convinzione che possano esistere strade più agevoli per risolvere   apprensioni e inquietudini. E’ così che si è arrivati a bandire dall’esistenza concetti come morte, vecchiaia, sofferenza; una sorta di ostracismo che rende l’uomo privato della possibilità di dialogare con la complessità delle sue emozioni/pensieri rendendolo di fatto incompleto e soprattutto impotente quando con questi debba necessariamente confrontarsi.

Una scelta difficile da compiere non è un malessere da curare, un dilemma etico non è un disturbo per cui esista una pillola risolutiva, un vuoto esistenziale non è un morbo da estirpare e lo stato di sofferenza in cui spesso capita di trovarsi è territorio dell’uomo tanto quanto la gioia e come tale va riconosciuto, ascoltato e compreso, non tagliato via come un ramo secco.

La filosofia non cura ma invita a prendersi cura dei propri pensieri sollecitando ad ascoltarli tutti, anche quelli più molesti e irritanti, spaventosi e inconfessabili.

La filosofia non cura e non ne ha l’ambizione ma è forse giunto il momento che inizi a riappropriarsi di quel terreno che le appartiene per sua intrinseca natura e che nel tempo, ahimè, ha consegnato ad altri: la capacità di pensare e quella di saper vivere.

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