consulenza filosofica

Ancora sul consulente e sul dialogo in consulenza

Bandolo della matassa-1

Su richiesta di un consultante, torno su una questione già abbozzata: la figura del consulente e la natura del dialogo in consulenza.

 

Mi ricollego a quanto già accennato sul consulente filosofo che spesso viene identificato con la figura del  ‘saggio risolutore di problemi’ ovvero colui al quale ci si rivolge quando si cercano risposte, possibilmente immediate e illuminate.

“Ma tu fai il filosofo come Platone?” mi è stato chiesto da un ospite al primo incontro di consulenza. No. La risposta è no. Non creo teorie, dottrine o sistemi. Certo, il filosofo consulente mantiene una qualche familiarità di genere con l’idea originaria di filosofo non fosse altro perché conosce le teorie filosofiche dei predecessori, palestra alla quale si è formato per acquisire quella flessibilità di pensiero necessaria per la sua professione di consulente. Ma la familiarità si ferma qui.

Non sono Platone in gonnella e non sono depositaria di una ‘prisca sapientia’. Crederlo o lasciarlo credere è fuorviante e scorretto.

Ma quando e dove esattamente è apparso il filosofo come consulente ?

Il punto di rottura con il passato e quindi l’originalità connessa si colloca in Germania nei primi anni ’80 quando Gerd Achenbach esordisce con la Philosophische Praxis, ovvero il ‘gabinetto del filosofo’, lo ‘studio del filosofo’ in contrapposizione ai luoghi – accademie, università – in cui la filosofia era fino a quel momento praticata come ‘contenuto’ e in quanto tale presupposto curriculare fondamentale di docenti e professori.

La prima grande differenza questa: il filosofo di cui parla Achenbach non è un docente e se per caso lo è – non è vietato – non può confondere le due professioni. Nessuno mi proibisce di essere anche pizzaiolo ma fare le pizze non sarà quello che faccio in consulenza.

Il filosofo quando veste i panni del consulente non insegna – quello del vestire i panni non è del tutto corretto e ne riparleremo;  per adesso mi si conceda –  ma è un libero professionista con requisiti precisi, che risponde ad un regolamento e ad un codice deontologico a tutela di chi vi si rivolge.

Quella di Achenbach è quindi una filosofia dall’accezione diversa rispetto a quella a cui si è abituati: non è la filosofia depositaria di verità e amministrata per conto terzi. Non è una collettanea di ‘ismi’, non rende più esperti in qualcosa semmai più attenti a riconoscere le trappole disseminate lungo la via del pensare.

Se questa filosofia non è contenuto, se non è un sapere trasmissibile e stabilito una volta per tutte, se non è sapienza intesa come prodotto finito da utilizzare a mo’ di prontuario, che tipo di filosofia è dunque? E’ semplicemente filosofia intesa nella sua accezione di ‘riflessione critica’ e quindi strumento di interrogazione costante. Il filosofo consulente non distribuisce risposte ma le sollecita. Non fornisce al suo ospite il viatico per l’esistenza ma cammina insieme a lui nell’intento di far emergere quella capacità di sapersi orientare per padroneggiare la propria vita grazie ad un lavoro di riflessione.

E’ sostanziale questa precisazione perché riconduce il consulente filosofo al suo vero compito che è quello di sollevare questioni, di mettere tarli nelle orecchie, di sondare anche laddove pare non ci sia niente da esaminare. Si tratta di un partner che nel dialogo si attiva insieme al suo ospite per “illuminare i malintesi che rendono la vita non viva (Gerd Achenbach).

Il che non è poco.

E Come avviene tutto questo? Dialogando. E di quale dialogo stiamo parlando? Certamente non dello scambio di opinioni ed idee che giornalmente ci capita di fare in molteplici contesti. Si tratta di un dialogo  più approfondito senza per questo essere tedioso o cavilloso; al contrario, in una consulenza dove l’ospite è ben disposto a mettersi alla prova, si possono aprire spazi di stupore per qualcosa di imprevedibile che scuota dal torpore di consuetudini certamente rassicuranti ma fiacche nei loro risvolti in termini di qualità della vita.

E’ un dialogo condotto con cura attenta e scrupolosa soprattutto nei riguardi di quelli che sono i puntelli, le fondamenta del nostro pensare. Capita infatti spesso di scoprire che parte di quello che continuiamo a sostenere, pur essendo legittimo in sé, non sia in linea con l’attualità che stiamo vivendo. E’ un po’ come se ci ostinassimo a vestire abiti di decine di anni prima, ormai stretti e inadatti alla nostra corporatura, semplicemente perchè sono belli e ci dispiace buttarli.

Ciò è esemplificativo di una disattenzione e di una negligenza che riservate ai nostri pensieri finiscono con il minare le azioni e conseguentemente la nostra esistenza.

E’ in questo processo dialogico che si attiva più facilmente il cosiddetto “secondo pensiero”-  pensare il pensato –  ed è lì che il consultante può trovare, autonomamente, anche in un momento successivo al dialogo, la soluzione del suo problema.

Si tratta di un processo simile a quello maieutico inaugurato da Socrate che non fornendo nessuna imbeccata o risposta alcuna, agevolava il “parto” dei pensieri del proprio compagno di dialogo.

Come ciò sia possibile, nella pratica, dipende direttamente dalla capacità che i dialoganti hanno di “stare al gioco”; il filosofo non sarà qui colui che sa tutto o che ha la presunzione di sapere tutto e il suo ospite non sarà colui che aspetta qualche comodo, veloce consiglio preconfezionato.

Lasciarsi co-involgere è il primo passo.

Il secondo è concedersi tempo per riflettere e non avere la smania del ‘tutto e subito’– in controtendenza alle esigenze “fast” della modernità.

Il terzo è l’essere disposti a passare al setaccio le proprie idee e convinzioni, abbandonando o rivedendo ciò che ostacola un’esistenza più piena.

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