consulenza filosofica, Senza categoria

Perchè non sono Philip Slate

lacuraSchophenauer

Qualcuno, l’altro giorno, mi ha detto di aver incrociato la consulenza filosofica in un romanzo di Yalom e di essersi quindi fatto un’idea di cosa sia. Il romanzo in questione è “La cura Schopenhauer” e, in sintesi, narra gli incontri di gruppo di uno psichiatra al quale partecipa un filosofo che dichiaratamente, nelle prime pagine, sostiene di essere un terapeuta – non mi spingerò oltre per chi non avesse letto il libro e volesse farlo –.

No. Non è esattamente il Philippe Slate del romanzo il “consulente filosofico” e bastino alcune ragioni per affermarlo :
1) il libro è stato tradotto dall’inglese e “philosophical counselor” non è sovrapponibile al termine “philosophische praxis” tradotto in italiano con consulenza filosofica. E consulenza filosofica, che non è l’esatta traduzione di “philosophische praxis”, non è l’equivalente di counseling. Nel gioco delle traduzioni si tende però a semplificare e così le somme tirate leggendo il libro possono non rendere giustizia alle varie professioni confondendone indebitamente i contenuti e soprattutto generando nel lettore errate convinzioni circa le figure in questione.

2) il filosofo consulente non è tout-court il counselor filosofico, non applica teorie, non adotta filosofie, non si trincera dietro le parole di questo o quel filosofo, non si muove, insomma come quel Philip Slate, filosofo/counselor/terapeuta – cos’altro poi? – che partecipa alle sedute descritte da Yalom.
Semplicemente: il consulente filosofo non consacra la professione ad un pensiero specifico ma al “pensiero”.

3) il consulente filosofo non è un terapeuta; non cura né con Schopenhauer né con nessun altro filosofo; non fa pratica clinica – come si legge nel libro – e “non si guadagna da vivere facendo il terapeuta”. Il suo scopo non è curare e se anche si desse un consulente filosofo che è medico, mi auguro curerebbe con ben altro che la filosofia.
L’insistenza con la quale in più punti si riporta l’attività del filosofo che fa consulenza nell’alveo clinico è quindi imbarazzante e inaccettabile, credo, sia per i filosofi che per i terapeuti.

Questo, in estrema sintesi, il succo. Il mio interlocutore disorientato e stupito non ha potuto che rilevare come tale pasticcio contribuisca ad allontanare dal consulente filosofo chi vorrebbe avvicinarsi e avvicinare chi magari si aspetti altro, mentre io non ho potuto fare a meno di pensare che ad oggi, in questo variegato mondo di professionisti, regni spesso un caos indistinto. C’è sopravvivenza per tutti nel caos, ma si tratta appunto di sopravvivenza che senza dubbio non rende né onore né merito a nessuno.

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